Il trattamento dei crediti contestati nell’accordo di ristrutturazione dei debiti e il loro diritto di opposizione. L’articolo di Gianluca Lega.

L’articolo 182-bis della Legge Fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) rubricato “Accordi di ristrutturazione dei debiti” stabilisce al comma 1 che “L’imprenditore in stato di crisi può domandare, depositando la documentazione di cui all’articolo 161, l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti stipulato con i creditori rappresentanti almeno il sessanta per cento dei crediti, unitamente ad una relazione redatta da un professionista, designato dal debitore, in possesso dei requisiti di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d) sulla veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo stesso con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei nel rispetto dei seguenti termini:

  1. a) entro centoventi giorni dall’omologazione, in caso di crediti già scaduti a quella data;
  2. b) entro centoventi giorni dalla scadenza, in caso di crediti non ancora scaduti alla data dell’omologazione.[1]

Il comma 4, sempre del medesimo articolo 182-bis, stabilisce in tema opposizione all’accordo stesso che “Entro trenta giorni dalla pubblicazione i creditori e ogni altro interessato possono proporre opposizione. Il tribunale, decise le opposizioni, procede all’omologazione in camera di consiglio con decreto motivato.” Tale decreto è reclamabile alla corte di appello ai sensi dell’ articolo 183, in quanto applicabile, entro quindici giorni dalla sua pubblicazione nel registro delle imprese.

Ora, nell’ambito di tale istituto, di sovente nella pratica si pone il problema del trattamento dei crediti contestati e più precisamente se debba essere accantonata una somma a loro favore e in caso di risposta affermativa in quale misura.

Allo stesso modo si pone il problema del diritto di opposizione riconosciuto agli stessi nella loro qualità di creditori o di ogni altro interessato.

Secondo una sentenza del Tribunale di Vicenza del 17 maggio 2013 per i creditori contestati non deve essere disposto dal debitore alcun accantonamento né tantomeno devono essere conteggiati nelle percentuali di legge ai fini del calcolo delle maggioranze.

In base alla sentenza sopra citata non è necessario accantonare alcuna somma a garanzia del pagamento del credito contestato “…, in quanto tale credito se ed in quanto verrà accertato, dovrà essere pagato al 100% al di fuori dello stesso accordo, il quale non è destinato a perdere efficacia per questo solo motivo, posto che lo scopo dell’accordo di ristrutturazione è l’uscita dalla crisi, consentendo il recupero della liquidità, e senza influire sulla prosecuzione dell’attività di impresa, la quale pertanto, dovrà essere in grado di far fronte a tutte le eventuali sopravvenienze passive, ivi compreso il debito di cui si tratta;”.

Sembrerebbe tuttavia che tale decisione sia afferente un accordo di ristrutturazione dei debiti che abbia come obiettivo il recupero della continuità aziendale e non la liquidazione della società. Non si  registrano ulteriori interventi giurisprudenziali e dottrinali in merito.

Quanto invece dell’obbligo di includere o meno i crediti contestati ai fini del calcolo dell’ammontare dei debiti e delle relativa maggioranza del 60% si segnala l’interessante e ben nota sentenza del Tribunale di Bologna del 17 novembre 2011 secondo cui “….ai fini del calcolo della soglia del 60% non si deve tener conto di crediti contestati, a meno che le contestazioni non risultino ictu oculi talmente infondate da apparire dilatorie e strumentali proprio al raggiungimento di quella soglia. Ed invero, in mancanza di un accertamento ed in presenza di una contestazione non meramente formale, non solo il credito si presenta inesigibile all’attualità ma è ,soprattutto, incerto, prima ancora che nell’ammontare, nella esistenza. Sul punto non appare insuperabile il rilevo che, muovendo da tale interpretazione sarebbe rimesso nelle mani dell’imprenditore proponente – in assenza di modalità  e di un momento specifico, come quello previsto dal concordato preventivo, per la delibazione delle posizioni contestate- il raggiungimento del presupposto di accesso alla procedura”.

Prosegue sempre sul punto il Collegio che “..in una logica di favore delle soluzioni concordate della crisi, dimostrata dai continui incentivi che nel tempo il legislatore ha messo a disposizione degli imprenditori  e dei creditori che si impegnino nel tentativo di salvataggio stragiudiziale, apparirebbe del tutto incongruo che un imprenditore in crisi, neanche potesse accedere alla valutazione concreta di attuabilità dell’accordo di ristrutturazione, in ragione di affermate posizioni creditorie che dovessero poi rivelarsi, in sede di accertamento pieno, completamente infondate. In tal senso appare opportuno ricordare che la soglia del 60% attiene comunque al tema della fattibilità del  progetto. Essa non tende a verificare il raggiungimento di una maggioranza capace di vincolare i dissenzienti ma integra una valutazione preliminare di serietà ed affidabilità della proposta ristrutturativa del debito che non può essere condizionata ad aspettative del tutto incerte.”

A tal proposito, sempre secondo il Collegio Bolognese, appare più logico che la valutazione del Giudice si sposti sulla verifica dell’attuabilità concreta del piano di ristrutturazione, dovendo così valutare in che modo la posizione instabile del creditore  (suscettibile di trasformarsi in pretesa esigibile), possa impattare sulla riuscita del piano di salvataggio nel rispetto dei diritti dei creditori, anche futuri, di vedersi onorato il credito in maniera del tutto regolare e alla scadenza.[1]

Solo in tale sede, e cioè in sede di verifica dell’attuabilità dell’accordo si dovrà verificare “…se detti crediti siano oggetto di una condivisibile valutazione del rischio e se l’ordito ristrutturativo preveda adeguati meccanismi di sicurezza capaci di intervenire, neutralizzando gli effetti negativi del sopraggiungere di una nuova posta debitoria.”

In relazione all’ultimo aspetto e cioè al diritto di opposizione agli accordi ex comma 4, dell’art. 182-bis, sempre nell’ambito dei crediti contestati ci pare opportuno segnalare l’importante contributo dottrinale del Prof. Avv. Bruno Inizitari[2],secondo il quale “tale legittimazione non può essere riconosciuta a coloro che rivendichino un credito non ancora accertato e contestato giudizialmente o anche in via stragiudiziale (sempre che tali contestazioni non siano valutate dal Tribunale come effettivamente irrilevanti e soprattutto di pronta definizione in via giudiziale) in sede di valutazione della opposizione. La natura non accertata e contestata del credito non solo ne rende impossibile l’esigibilità attuale , ma ne rende addirittura incerta l’esistenza e l’ammontare.”

Sempre secondo l’Autore citato infatti “..se i crediti oggi contestati ed indeterminati fossero in futuro definitivamente accertati come efficaci ed esigibili ed il debitore non fosse in grado di adempiere , il pregiudizio che quel creditore dovesse in quel (futuro) momento subire non sarebbe certo stato superabile dall’esercizio della revocatoria da parte del curatore, considerato che, a causa del più che prevedibile lasso di tempo che occorre per l’accertamento della definitività del credito verso il debitore, anche l’esercizio della revocatoria per rimuovere gli atti dispositivi a suo tempo compiuti con l’accordo non sarebbe con quasi certezza  né possibile, né attuale.”

Ma secondo lo scrivente vi è di più. Se ci si sposta nell’ottica del professionista Asseveratore si pongono non poche problematiche in relazione alla definizione della durata del piano, quando fossero presenti crediti contestati, ed in relazione all’attestazione sulla garanzia di pagamento dei creditori estranei all’accordo (entro 120 gg).

Nel caso ad esempio di credito contestato, in relazione al quale sia pendente ad esempio un giudizio di merito di primo grado, quale sarebbe il dies a quo dal quale decorrerebbero i 120 giorni per il pagamento del credito? E Quale sarebbe la durata del piano, posto che sia necessaria la redazione del piano nell’ambito di accordi di ristrutturazione del debito?

Tutto quanto sopra illustrato ci permette di comprendere la delicatezza del tema dei crediti contestati nell’ambito degli accordi di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-bis e le conseguenti difficoltà nella redazione del piano e nella redazione della relazione asseverativa sulla della veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo.

Gianluca Lega

Dottore Commercialista e Revisore Legale

www.gianlucalega.it

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[1] (1) Comma sostituito dall’art. 33 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134. La modifica si applica dall’11 settembre 2012 (art. 33, comma 3, d.l. 83/2012 cit.). 
(1-bis) L’art. 23, comma 43, del d.l. 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni dalla l. 15 luglio 2011, n. 111, estende all’imprenditore agricolo l’applicabilità degli istituti degli accordi di ristrutturazione dei debiti e della transazione fiscale: “In attesa di una revisione complessiva della disciplina dell’imprenditore agricolo in crisi e del coordinamento delle disposizioni in materia, gli imprenditori agricoli in stato di crisi o di insolvenza possono accedere alle procedure di cui agli articoli 182-bis e 182-ter del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, e successive modificazioni.” 

[2] Vedi anche Provvedimento del Tribunale di Milano del 25.03.2010 in merito ad un prospettato danno ambientale attribuito alla proponente il Piano e relativo ad una passività incerta solo in relazione al quantum e non all’an.

[3] “Crisi D’impresa e procedure concorsuali”, diretto da Oreste Cagnasso e Luciano Panzani, Tomo III, pagg. 3243 e segg.

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