Partecipate, basta la maggioranza delle quote a far scattare il controllo pubblico. Delibera 11/2019

corte di cassazione - sentenza

Corte di cassazione

La Corte dei Conti a Sezioni riunite, nella delibera 11/2019 diffusa il 24 Giugno 2019, definisce il principio che prova a chiudere un vivace dibattito interpretativo. Per definire a “controllo pubblico” una società è sufficiente che la maggioranza delle quote sia in mano a uno o più enti pubblici.

Questo perché le società a controllo pubblico sono soggette alla riforma Madia (decreto legislativo 175/2016) significa dover sottostare a una serie di obblighi, limitare a tre o cinque membri i posti in CDA, applicare il tetto ai compensi (quelli in cinque fasce sono scritti nel decreto Mef in corso di approvazione anticipato sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 22 maggio), applicare le regole anti-corruzione e quelle sulla prevenzione dei rischi di crisi pensate per le aziende pubbliche. Ovvio che con queste premesse molte amministrazioni abbiano chiesto alle sezioni regionali della Corte e al ministero dell’Economia di definire quando si verifica il controllo pubblico. E ora arriva la risposta dei magistrati contabili. Che a molti non piacerà perché offre l’interpretazione più ampia, e allarga la platea delle società interessate da queste regole.
Per le sezioni riunite «possono essere qualificate come società a controllo pubblico quelle in cui “una o più” amministrazioni dispongono della maggioranza dei voti esercitabili in assembla ordinaria (oppure di voti o rapporti contrattuali sufficienti a configurare un’influenza dominante)». Il riferimento è all’articolo 2359 del Codice civile, richiamato dalla riforma Madia (articolo 2 del Testo unico). Questo principio, aggiunge la Corte, può essere rivisto quando nonostante la maggioranza pubblica delle quote siano i soci privati ad avere «un’influenza dominante», che però va «provata» sulla base di «patti parasociali o specifiche clausole statutarie o contrattuali».
Fonte: Il sole24ore
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